L'INSEGNAMENTO INIZIATICO DEL VANGELO DI GIOVANNI
Dio è infinito: e anche l'Io lo è. Dio conosce ogni cosa:
e anche l'Io conosce ogni cosa. Dio crea il mondo: e l'Io crea il mondo.
Dio può cambiare il destino dell'uomo: e anche l'Io può cambiare
il destino dell'uomo. Solo che l'uomo non lo sa, non osa saperlo ancora.
(Igor Sibaldi, Il Codice Segreto del Vangelo, Sperling Editore)
Contrariamente a quanto, comunemente, si pensa il Vangelo di Giovanni, perfettamente in linea con gli altri tre Vangeli canonici di Matteo, Marco e Luca, se letto nella lingua originale in cui è stato scritto ed esattamente in Greco Antico, insegna concetti iniziatici ed esoterici di sublime bellezza e di esplosiva libertà decisamente scomodi e contrari alle regole oppressive e repressive delle varie Chiese cristiane.
Da un attenta e rigorosa ricostruzione filologica ciò che emerge dai Vangeli, specie da quello giovanneo, squisitamente spirituale e tendenzialmente gnostico nella sua formulazione originaria, è un corpus di conoscenze segrete in cui viene descritta, dettagliatamente, la dinamica psico-cosmologica dell'Io, inteso come la parte più profonda e più divina della coscienza umana.
Non sarebbe stato un insegnamento segreto, poichè il testo originale è chiarissimo fino all'osso, se non fossero poi intervenute le censure, le manipolazioni e le aggiunte dei copisti-redattori della Grande Chiesa, preoccupati di occultare tutti i concetti scomodi al Potere Papale, che hanno reso le varie traduzioni del testo illogiche, contraddittorie e, spesso, incomprensibili.
La Grande Chiesa aveva ben altri scopi, primo fra tutti quello di salvaguardare il proprio potere temporale e spirituale al fine di avere sotto di sé sudditi fedeli e sottomessi alle sue leggi ecclesiastiche.
Ma i Vangeli, perfettamente in linea con la grande Tradizione Iniziatica dell'Antico Testamento, sono tutt'altra cosa rispetto alla Religione Ufficiale ed Istituzionale e, ad ogni passo, ad ogni versetto, smentiscono, spudoratamente, tutta l'artificiosa impalcatura dogmatica della Teologia Cattolica.
Sarebbe interessantissimo, istruttivo e formativo analizzare completamente l'intero Vangelo di Giovanni e mettere in evidenza lo splendore genuino della Dottrina che ne emerge, irriconoscibile quasi, ma, per motivi di brevità, mi limito soltanto a mettere in luce i concetti più importanti che fanno di questo "sacro libro" un vero e proprio manuale di iniziazione alla gnosi dell'Io e del suo più completo sviluppo attraverso un percorso di crescita spirituale interiore, decisamente sciamanica, che ogni lettore può sperimentare su se stesso in prima persona.
Per facilitare la comprensione di questo articolo, quando cito, brevemente, alcuni passi del Vangelo, mi avvalgo della rigorosa traduzione letterale dal Greco Antico del grande filologo e studioso di Teologia Igor Sibaldi.
Innanzitutto c'è da chiedersi che cosa insegna il Vangelo di Giovanni nella sua stesura originaria.
Troviamo, immediatamente, il concetto di "mondo" o di "questo mondo" (Kosmos toutos), che Gesù ripete diverse volte e a più riprese intendendo non il mondo fisico, né tantomeno il mondo palestinese del I secolo dopo Cristo, ma semplicemente il Kosmos, che nella lingua greca significa "l'ordine", o, meglio ancora, "l'assetto sociale".
Gesù insegna che per realizzare "se stessi", "il proprio Io" occorre distaccarsi da "questo mondo", cioè occorre allontanarsi dall'assetto sociale non conformandosi più ad esso.
Io vi ho tratti fuori dal mondo [...].
(Giovanni 15, 19)
Io ho dato loro le Tue parole, Padre, e il mondo li ha odiati,
perché essi non appartengono al mondo [...].
(Giovanni 17, 14)
L'Io è sempre in contrasto con "questo mondo", che altro non è che un "Noi" Istituzionale in cui i vari "Io" si identificano e si annullano.
L'Io dell'essere umano, secondo Gesù, se non si apre all'Io più grande, cioè all'Io maggiore, che è il Padre, inteso, filosoficamente, come origine e causa di tutto ciò che esiste, rimane solo un piccolo "Io" cosciente, privo, cioè, di quel suo sviluppo verso la propria natura divina di cui tanto necessita.
Io ho detto: " Voi siete Dei,
siete tutti figli dell'Altissimo".
Anche se morite, come ogni uomo.
(Salmo 81, 6-7)
Nonostante il Salmo che ho appena citato affermi la natura divina di ogni essere umano, il cristianesimo sostiene che solo Gesù è Dio, è l'unico Figlio del Dio creatore, ma Gesù insegna che "L'Io e il Padre sono tutt'uno" e che "chi ha visto l'Io, ha visto il Padre" (Giovanni 14, 9).
Purtroppo si è comunemente abituati a pensare che dicendo "Io" Gesù intendesse parlare di sé, ed, effettivamente, anche nei Vangeli, il modo in cui Gesù pronuncia il pronome "Io" provoca degli equivoci anche tra la gente del suo tempo durante le varie dispute con gli avversari e le conversazioni iniziatiche con i suoi discepoli.
L'Io va a prepararvi il posto. Quando è andato e vi ha preparato il posto,
torna a prendervi con sé, perché siate anche voi dove è il vosto Io.
E del luogo dove l'Io va, voi conoscete la via.
(Giovanni 14, 2-4)
Tale passo evangelico che ho appena citato, così tradotto, in questa chiave iniziatica di lettura filologicamente corretta, acquista una meravigliosa valenza universale che coinvolge ogni lettore in prima persona con il proprio "Io" da sviluppare nel divino. Se, invece, traduciamo, erroneamente, il passo come se Gesù dicendo "Io" intendesse parlare solo di se stesso, la valenza viene meno e tutta la frase si riduce ad un personale riferimento di Gesù a se stesso, quasi insignificante, e, tra l'altro, lontano da noi di tanti secoli.
In sintesi, Gesù, ripetutamente, insegna che il Padre è l'origine e la causa prima di ogni cosa in senso squisitamente filosofico e che l'Io, l'Io di ogni singolo individuo, è il "Figlio di Dio", e che l'energia cognitiva e sapiente che intercorre tra il Padre e il Figlio è lo "Spirito di Verità" comunemente chiamato lo "Spirito Santo".
Si tratta, esattamente, di quello stato di illuminazione e di risveglio auto-cosciente dell'Io Divino, che è in ognuno di noi, e di cui l'Iniziato è consapevole di avere in sé.
Abramo esultò nella speranza di vedere il mio giorno - il giorno
di questo Io che vi dico - e lo vide e ne gioì...Da prima che Abramo fosse
"Io sono".
(Giovanni 8, 56-58)
E non a caso una delle possibili traduzioni del nome divino YHWH (Tetragramma Ebraico) è appunto "Io sono", oppure "Sono io", o ancora "Io sono ciò che sono".
"Conosci te stesso" era scritto sul Tempio di Delfi poiché l'Iniziato era in grado di dire:
"Qui sono io, e ciò che io conosco della Divinità "sono io".
Tutte le celesti sfere concentriche degli Astri, tutte le gerarchie spirituali degli Angeli, degli Arcangeli, e su in alto fino ai Cherubini e ai Serafini, tutte le Sephiroth dell'Albero cabalistico della Vita: erano tutte "soglie di conoscenza" che l'Iniziato ai Segreti Esoterici doveva superare per poi rispecchiarsi in esse trovando in sé la forza coraggiosa di dire: "Sono io, sono io tutto questo, in ognuna di queste tappe io scopro e trovo me stesso e sono immensamente di più di tutto quello che sapevo e credevo di essere fino a poco fa".
Sulla linea, chiaramente esoterica, dell'Antica Tradizione Iniziatica primordiale si inserisce, magistralmente, l'insegnamento evangelico di Gesù estremamente evidente da un'attenta e filologicamente corretta rilettura dei "testi sacri" chiamati, appunto, Vangeli.
Inoltre la religione cristiana ufficiale ed istituzionale, il giudaismo e l'Islam, predicano e garantiscono che solo "dopo la morte" ha inizio la cosiddetta "vita eterna" con le rispettive premiazione dei buoni e condanna per i malvagi.
L'innata aspirazione dell'essere umano alla libertà, però, in questa concezione teologica, rimane esclusivamente una chimera mai raggiungibile poiché, secondo le tre religioni monoteistiche, l'uomo, anche nella "vita eterna", si viene a trovare, comunque, subordinato ad un potere divino più grande di lui di cui rimane sempre suddito.
Analizzando, però, in modo filologicamente corretto, il testo evangelico scopriamo, invece, che Gesù non parla mai di "vita eterna" intesa come un qualcosa che inizia soltanto dopo la morte, ma anzi dice espressamente tutto il contrario.
Per indicare l'Aldilà, Gesù usa il termine greco "aiòn", che, letteralmente, significa "Eone", e che indicava "Il Grande Tempo Cosmico" contrapposto al piccolo tempo reale quantificato dall'umana ragione consueta.
Tale era, in origine, anche il significato del corrispondente latino di "aiòn" e cioè "aeternum", da "aeveternum", da "aevum", cioè "evo" e quindi "eone".
Successivamente, però, nell'uso della teologia cristiana "aeternum" passò ad indicare un tempo che ha avuto un principio ma che non avrà mai una fine, cioè un'immenso durare, e venne usato per indicare il mondo dell'Aldilà.
Le versioni consuete dei Vangeli traducono, erroneamente, "vita eterna" le parole greche "aionios bios" che, invece, significano "la Vita come è nel Grande Tempo" attraverso una percezione nuova che consente di vivere "l'espansione del tempo", non soltanto dopo la morte, ma qui e ora.
Si tratta del concetto di "eterno presente" in cui passato e futuro sono solo stati illusori della piccola e limitata coscienza umana da risvegliare tramite lo sviluppo del proprio "Io Divino", che consente l'ingresso in un nuovo stato di coscienza ampliata.
Perciò, spiega Gesù, vivere l'Aiòn in "questo mondo" e con il nostro "io piccolo e limitato" è impossibile.
Occorre, quindi, distaccarsi da "questo mondo", cioè dall'uniformarsi, anche, all'assetto sociale per poter scoprire e vivere la realtà, eternamente presente qui e ora, di quell' Io più grande, di cui tutti facciamo parte, che permette di entrare nell'Aiòn.
Inoltre Gesù promulga leggi e non comandamenti.
Il comandamento è, infatti, un'imposizione, la legge è, invece, una descrizione.
Analizziamone solo qualcuna.
Secondo le versioni consuete dei Vangeli e la dottrina cristiana, Gesù, a proposito del matrimonio, avrebbe detto: "Non divida l'uomo ciò che Dio ha unito." (Marco 10, 9) e lo si interpreta nel senso che il matrimonio religioso sarebbe indissolubile.
Non si comprende allora il perché Gesù sia tanto gentile e affabile con la Samaritana, che aveva già avuto cinque mariti, o con l'adultera minacciata di lapidazione.
Il senso esatto della frase, ovviamente poi manipolato dai copisti-redattori della Grande Chiesa, è invece: "Gli uomini, con la loro limitatissima ragione non sono in grado di distinguere, di analizzare ciò che c'è di tanto più grande di essa" come, appunto, l'esperienza dell'amore.
Non vi è proibizione ma solo l'invito a non usare mai parole come "divorzio", "matrimonio", "fidanzamento" per intralciare un'esperienza tanto alta quale è l'amore.
Inoltre, occorre notare che l'amore, nell'ebraismo, era considerato "un'esperienza altissima di carattere arcangelico".
Infatti, Haniel, nella religione ebraica, era ritenuto l'arcangelo dell'innamoramento.
Il compito fondamentale degli arcangeli era quello di eliminare dal cuore di ogni essere umano il peso del passato e l'esperienza dell'amore era considerata come una forma di liberazione dal passato verso una nuova rinascita.
Un'altra di queste leggi cosmiche di Gesù viene tradotta, erroneamente, nelle versioni consuete dei Vangeli: "Ama il prossimo tuo come te stesso!" (Matteo 19, 19) ma poichè è assurdo ed insensato amare la gente a comando la frase originale, molto probabilmente, doveva essere: "Tu, come che sia, ami e odi il prossimo tuo così come ami e odi te stesso.".
Ed ora, quasi a conclusione di questo articolo, andiamo ad analizzare l'errato concetto di "peccato" tanto caro alle religioni ufficiali ed istituzionali.
La parola "peccato" deriva dal latino "peccatum" che significa violazione di una norma stabilita dalla comunità religiosa, e il "peccatum" latino si rimediava col pagare un'ammenda che nel cristianesimo diviene la "paenitentia", ovvero la pratica della penitenza.
Nel testo originale greco dei Vangeli "peccato" è invece "hamartia", che significa semplicemente "errore", e, secondo l'insegnamento iniziatico di Gesù, una "hamartia" non necessita di una "penitenza" bensì di una "metànoia", cioè "un nuovo modo di vedere" che permette di superare l'errore stesso e la causa originale che lo ha reso possibile.
E' probabile che Gesù conoscesse il greco (non a caso con Pilato parla senza la presenza di un interprete) ma con i discepoli i suoi pensieri e i suoi linguaggi erano quelli dell'ambiente ebraico.
E, in ebraico, "peccato" si dice "hete" che significa anche e soprattutto "trauma".
Non a caso tutta la moderna medicina psicosomatica si fonda sul concetto di "trauma", inteso come causa di ogni patologia fisica e psicofisica.
Tornando, quindi, all'insegnamento iniziatico del Vangelo di Giovanni troviamo un passo che se lo leggiamo secondo le traduzioni consuete rimane alquanto incomprensibile.
Passando, Gesù vide un uomo cieco dalla nascita e i discepoli gli domandarono: "Rabbì, chi ha peccato perché nascesse cieco: lui o i suoi genitori?"
(Giovanni 9, 1-2)
E' ovvio che leggendo il passo tradotto in questo modo i discepoli di Gesù ci appaiono come fanatici estremisti spietati al punto da ritenere che la disgrazia del cieco sia dovuta ad una severa punizione divina provocata da qualche "peccatum" (violazione di una norma stabilita dalla comunità religiosa) commesso dai suoi genitori o per le colpe commesse in una precedente reincarnazione (il giudaismo ammetteva la reicarnazione).
Traducendo, invece, il passo all'interno del contesto e della cultura ebraiche ne emerge una visione completamente diversa, logica e coerente.
Passando, Gesù vide un uomo cieco dalla nascita e i discepoli gli domandarono: "Rabbì, chi ha subito il trauma che l'ha fatto nascere cieco: i suoi genitori oppure lui?"
(Giovanni 9, 1-2)
In questo modo la domanda dei discepoli acquista il suo autentico significato di apprendisti terapeuti, che pongono al loro Maestro un preciso problema diagnostico.
E' doveroso aggiungere che nell'ebraismo violare la legge mosaica non era soltanto l'infrangere di alcune norme di una comunità religiosa, ma significava andare contro "l'ordine naturale delle cose", e ciò, ovviamente, era causa di "hete", cioè di "trauma".
Un altro concetto importante da evidenziare, seppure brevemente, è quello di "Diavolo", che, nel linguaggio dei Vangeli in genere e del Vangelo di Giovanni in modo particolare, non è ancora l'antropomorfica figura del diavolo che venne poi creato e costruito, artificiosamente, dalla Grande Chiesa.
Voi avete per padre il diavolo, e volete esaudire i desideri
del padre vostro, che è stato omicida fin dal principio e
non è rimasto nella verità, perché in lui non c'è verità.
Quando dice il falso, parla come gli è naturale, perché
è falso e padre della falsità. All'Io invece voi non prestate
ascolto, proprio perché l'Io dice la verità.
(Giovanni 8, 44-45)
Innanzitutto il Diavolo non fu affatto "omicida fin dal principio" poiché nel principio, nel libro della Genesi e nel libro dell'Esodo, del diavolo non se ne parla mai; inoltre non risulta mai che il diavolo sia stato padre di nessuno.
Il Serpente dell'Eden, geroglificamente, significa semplicemente la via, la strada, il percorso a serpentina della conoscenza, e non certo il Demonio.
"Diavolo" è, invece, inteso qui nel senso antico di "avversario" (diabolos in greco, shatan in ebraico), cioè di "antimimon pneuma", di quell'ombra che sempre si forma in contrapposizione della luce.
Nel periodo in cui il Vangelo di Giovanni venne scritto il termine "diabolos" trovava perfettamente il suo eguale nell'Arconte, dominatore di questo mondo e degli Angeli del Male, di quel Corpus di testi mitico-gnostici, e che Gesù identifica in quella nefasta forza di conformismo sociale che è il "Noi" della collettività religiosa e politica, contrapposta all'Io.
E' doveroso anche spendere qualche parola sull'errato concetto cristiano di "Fede" così come viene intesa, oggi, comunemente.
La parola "fede" in greco si dice "pistis", ma nel periodo in cui sono stati scritti i Vangeli "pistis" non aveva ancora il senso di "fede" come la intende, oggi, la Teologia Cattolica.
Nel I e nel II secolo dopo Cristo "pistis" aveva ancora il significato, squisitamente gnostico, di "un fiducioso aprirsi alla conoscenza", cioè non di "credere", bensi di "capire" con quella capacità ampliata di comprensione della coscienza che può essere solo sperimentata e vissuta nel "Grande Tempo Cosmico" detto "Aiòn", contrapposto al piccolo tempo umano quantificabile dalla ragione dell'Io piccolo non ancora aperto al Padre, cioè all'Io grande, inteso, filosoficamente, come "causa prima" d'ogni cosa esistente.
Mi sono limitato ad analizzare soltanto alcuni brevi concetti basilari che emergono da una rilettura, filologicamente corretta, dei Vangeli in generale e, in particolar modo, del Vangelo di Giovanni e, volendo, potrei continuare questa analisi testuale per infinite pagine.
Non ho voluto appesantire ulteriormente questa trattazione con altre innumerevoli osservazioni che mettono in evidenza quanto quel "corpus" di testi sacri e iniziatici, chiamati "Vangeli" sia stato, volutamente, manipolato dai copisti-redattori della Grande Chiesa che non avevano come scopo la trasmissione autentica della verità testuale ma servivano gli interessi di una grande comunità religiosa che voleva avere, sotto di sé, sudditi fedeli e sottomessi per evidenti motivi di potere politico.
La Grande Chiesa, infatti, poi, fondendosi con l'Impero Romano divenne, a tutti gli effetti, Religione di Stato.
Riscoprire, oggi, il significato autentico dei Vangeli in generale e dell'iniziatico Vangelo di Giovanni in particolare ritengo che sia un benefico servizio all'umanità attuale, sempre assetata di autentici valori legati ad un cammino personale di crescita interiore e spirituale che deve essere alla base dello sviluppo di quella platonica scintilla divina che Gesù usa chiamare "L'Io".
GERMANO SPLENDORE
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